Quando abbiamo inventato il sci-fi distopico: La Decima Vittima di Elio Petri

29/1/2019 i400Calci

Articolo di Quantum Tarantino - i400Calci


 

In un mondo in cui la guerra è fuori legge e la violenza bandita, l’omicidio si esercita attraverso uno sport chiamato “la grande caccia”. Un giocatore, detto “cacciatore”, deve mettersi sulle tracce di un altro giocatore estratto a sorte, la “vittima”, e ucciderlo prima che sia l’altro a uccidere lui - il tutto sotto gli occhi di milioni di telespettatori, con tanto di sponsor e interessi economici stratosferici. La nostra storia inizia quando una giocatrice si appresta a mettere a segno la sua decima uccisione, cosa che le frutterà gloria imperitura, denaro e il titolo di “decathlon”: lei e la vittima designata si incontrano, si studiano, si rincorrono e poco a poco finiscono per innamorarsi… Sembra la trama di un sci-fi distopico per ragazzi di prossima uscita – riesco a immaginarmelo: dietro la macchina da presa un ex-direttore della fotografia a eseguire le direttive di una produzione invadentissima, nel ruolo di lei una promettente quasi esordiente e lui un belloccio dal cast di Teen Wolf –, una tetralogia assicurata tratta da una saga di romanzi young adult. Invece è un film italiano del 1965, diretto da Elio Petri.

 

Nel ruolo della cacciatrice c’è la Bond Girl originale Ursula Andress, la vittima è un Marcello Mastroianni dall’improbabile capigliatura ossigenata; nel cast c’è anche Elsa Martinelli, in una particina minore, alla sceneggiatura lavorano Ennio Flaiano e Tonino Guerra, produce l’onnipresente Carlo Ponti e Mina canta sui titoli di coda: un vero e proprio supergruppo al servizio di uno dei registi più impegnati e politicamente schierati di sempre, per un film che si apre con Ursula Andress che prima fa uno strip tease e poi uccide un uomo sparandogli dalle tette. Sono gli anni 60 e il nostro cinema è giovane, audace e sfrontato, non si è ancora autoesiliato in tre formulette una più soporifera dell’altra, al contrario è sfaccettato e dannatamente divertente. Il 1965, poi, è l’anno in cui la fantascienza italiana si affaccia sullo scenario internazionale, con Terrore nello spazio di Mario Bava e I criminali della galassia di Antonio Margheriti, ed Elio Petri, che non nutre alcun preconcetto verso il cinema di genere, semplicemente non non si accontenta di un genere solo: La decima vittima è un film di fantascienza distopico, praticamente il primo nel suo genere, ma è anche, come la quasi totalità della produzione di Petri, un film satirico e profondamente politico.

 

Un film politico, per l'appunto

 

Tratto da un racconto breve di Robert Sheckley, La settima vittima (qui immaginatevi Ponti che giudica indispensabile trasformarla in decima se lo si vuole vendere all’estero), il film rispolvera il vecchio tropo della caccia “all’animale più pericoloso di tutti, l’uomo” (The Most Dangerous Game, racconto del ‘24, primo adattamento cinematografico nel ‘32) e anticipa di almeno 10 anni il filone americano degli sport mortali e della violenza istituzionalizzata da un governo autoritario, che iniziò nel ‘75 con Rollerball e Death Race 2000 e dura ancora oggi, con i cloni di The Hunger Games (clone a sua volta del giapponese Battle Royale) e i vari The Purge. Come loro, prima di loro (e meglio di loro), Petri racconta la spettacolarizzazione della morte, nel pieno del boom economico, in un’Italia che si sta velocemente trasformando in società dei consumi; anticipa i reality show e immagina per primo un connubio malsano tra violenza e intrattenimento nel quale non è proprio difficilissimo scorgere una critica sottile sottile al sistema capitalistico. Frasi come “l’idea che si ammazzi qualche d’uno per pubblicità mi ha sempre divertito molto” o la constatazione, di fronte alla trovata che un omicidio possa avere uno sponsor, che “niente da fare, gli americani sono sempre più avanti di noi” strappano più d’un ghigno e definiscono il tono dell’intero film: a differenza di tutti gli altri titoli citati, La decima vittima non è un film d’azione né di suspense, ma una commedia nerissima.

 

"Mastroianni, ci racconti di quella volta che l'hanno convinto a bruciarsi i capelli per il bene del cinema"

 

È una satira, quella di Petri, fatta non solo di battute fulminanti, ma anche e soprattutto di trovate e situazioni paradossali che puntellano l’intera sceneggiatura. Caroline, il personaggio di Ursula Andress, bellissima e spietata, è nata in provetta e rappresenta la fredda efficienza degli Stati Uniti in campo bellico e scientifico; è implacabile e determinata, ma anche frigida e priva di fantasia. Mastroianni, dal canto suo, si chiama Marcello anche nella finzione cinematografica (proprio come in La dolce vita) poiché interpreta una versione di sé stesso, di ciò che il brand “Marcello Mastroianni” rappresentava all’estero: è un latin lover indolente e beffardo, affascinante ma pieno di impicci, costantemente a corto di soldi, perseguitato dalle donne che complottano per rendergli la vita impossibile. In anni di rivoluzioni sessuali e rivendicazioni femministe, la dinamica tra i due, con la donna che caccia e l’uomo che fino all’ultimo cerca di negarsi, è squisitamente invertita rispetto ai ruoli tradizionalmente legati ai generi.

Minuzioso, che non lascia nulla al caso, è anche il lavoro di worldbuilding, quell’insieme di piccoli dettagli e impressioni apparentemente irrilevanti ai fini della trama principale, ma indispensabili per calare lo spettatore un ambiente tridimensionale, che non è mero sfondo di una storia, ma esiste, ha le sue regole e la sua scienza. Nel futuro pop di La decima vittima i computer prendono le decisioni, i fumetti sono classici della letteratura e la gente aderisce a sette ridicole come quelle dei “Tramontisti” (di cui Marcello è sacerdote part-time); sparare è severamente vietato in determinate aree (com’è oggi il fumo), i bordelli sono “centri relax” e i vecchi vengono fatti sparire, consegnati allo Stato (come in Soylent Green del '73 e La fuga di Logan del '76) dappertutto eccetto che in Italia, dove la gente per lo più li nasconde in casa, non tanto per affetto, quanto per senso di colpa cattolico… Idee surreali, ma con una loro tetra coerenza, metà delle quali ci fanno dire “ci siamo quasi” solo perché l’altra metà, nel frattempo, si è già realizzata.

 

Not your typical gang bang

 

Profetico, esilarante, scarsino solo nelle (pur poche) sequenze d’azione e “sporcato” da una conclusione posticcia, cioè un finale tarallucci e vino notoriamente imposto dalla produzione e che ben poco ha a che spartire col cinismo che caratterizza i film di Petri. Ma stoppate a dieci minuti dalla fine e avrete un film praticamente perfetto, una delle migliori, più divertenti e interessanti distopie raccontate al cinema, una fucina di idee che negli anni Hollywood e non solo ha copiato a man bassa (non bastassero tutti gli esempi citati fin qui, chiedete a Mike Myers da dove viene l’idea dei fembot che sparano dalle tette in Austin Powers), il tutto arricchito dalla sottile soddisfazione di poter dire che una volta, pure sulla fantascienza, eravamo noi a fare scuola.

 

La Decima Vittima è online e disponibile alla visione su The Film Club