Criminalità dal basso, nichilismo e periferia mentale italiana: La Mala Ordina

9/1/2019 i400Calci

di Darth Von Trier


 

"Milano calibro 9" prendeva il suo titolo da un'antologia di racconti noir-polizieschi di Scerbanenco del 1969 e titolata col nome di uno dei racconti che presentava. La scelta, oltre che per il titolo maggiormente d'impatto della raccolta, era dettata anche dal fatto che il film non era adattamento di nessun racconto in particolare del libro ma ne fondeva alcuni in una miscela sapiente, da lì l'idea di chiamarlo come l'antologia stessa. Era il 1972 e il film segnò una pietra miliare del genere noir italiano, ignorata da molti all'epoca, che la liquidarono come un poliziesco tra tanti altri, ma che otterrà un buon successo di pubblico e che porterà Fernando Di Leo a cimentarsi lo stesso anno con un altro noir tratto dalla stessa antologia e sarà proprio il vero racconto "Milano Calibro 9" a essere adattato in "La Mala Ordina"; secondo capitolo di quella che a posteriori verrà denominata "trilogia del milieu" e terzo adattamento del materiale di Scerbanenco da parte di Di Leo, che nel 1969 aveva già adattato e diretto "I ragazzi del massacro" dal romanzo omonimo.


degli altri ragazzi del massacro


Un matrimonio perfetto, quello tra Scerbanenco e Di Leo: ambedue narratori della criminalità dal basso, del nichilismo, della periferia mentale italiana, il lato oscuro del "piccolo mondo antico" che spesso ricordiamo con nostalgia ma che è l'anfratto in cui si nascondono da sempre i nostri mostri morali peggiori. Di Leo formatosi tanto sulla saggistica storica e politica quanto sull'hard boiled americano e il noir francese è come Scerbanenco un narratore capace di affrescare il Male nei dettagli, negli sfondi, nelle frasi secondarie, nelle atmosfere, senza mai essere didascalico e moratorio ma sempre acuto e lucido nel dare background sociologico al suo intrattenimento. Motivo che gli alienò la critica "impegnata", che ai tempi preferiva le sottolineature ben marcate sui concetti "alti", ma gli valse l'astio dei diretti interessati per le bordate dei suoi film: i corrotti, i criminali, le forze dell'ordine; quelli le narrazioni e sottotesti li coglievano eccome. Di Leo avrà a dichiarare pochi anni prima della sua scomparsa:

«Io giravo i miei film e due o tre grossi registi – non voglio fare i nomi – si facevano l’aureola con Sciascia. Però chi ha avuto i picciotti sotto casa ad aspettarlo, chi ha avuto i film sequestrati e le querele dai ministri sono stato io»

 

ci sono anche i gattini

 

Un autore Chandleriano, quindi. Nei temi ma anche nella condizione di antieroe marlowiano della sua vita reale, alle prese con le angherie di chi lo trovava scomodo e messo ai margini dalla società "bene". Un intellettuale comunista, un attento sociologo, continuamente sferzato dalla critica pur di sinistra con le solite, ai tempi, accuse di reazionarietà destrorsa per i suoi film ma, nei fatti, uno dei più rilevanti outsider che abbiamo avuto nel cinema d'intrattenimento. Spendo queste parole con attenzione, perché non sono mai stato un rivalutatore dell'infimo tout court, un revanchista del "trash", uno che vede il miracolo in qualsiasi produzione di terza fascia, come la mia generazione ha ecceduto fare negli anni novanta in una sbornia di riscoperte che dall'epifania giustificata (e Di Leo lo è) ha sconfinato nel "vale tutto", di lì a pochissimo.

 

altro che trash

 

Come Milano calibro 9 anche La mala ordina è la storia di un regolamento di conti nell'ambiente criminale come lo sarà anche il seguente Il Boss, da qui il "Milieu" della trilogia, e come in Calibro 9 troviamo un energico Mario Adorf nei panni di un criminale in cerca di vendetta: Luca Canali, un pappone di poco conto, siciliano trapiantato a Milano con moglie e figlia piccola e di scarsa caratura criminale, probabilmente un emigrante che si dovette arrangiare una volta fuggito al nord nel dopoguerra. Il povero Canali sotto una soffiata del boss Vito Tresoldi viene accusato ingiustamente dalla mafia newyorkese della sparizione di un ingente carico di eroina e tramite il boss Corso condannato a morte per mano di due sicari, inviati espressamente da New York per fare il loro lavoro. Infamato, braccato come una bestia e colpito negli affetti Canali diventerà una macchina di morte, trasformandosi da preda in predatore e mettendosi sulle tracce di chi gli ha rovinato la vita, Tresoldi prima e i sicari poi.

 

Azione protagonista

 

Rispetto a Milano Calibro 9, La mala ordina è un film più lineare e d'intrattenimento e dove il primo riecheggia dei disillusi polar francesi questo guarda di più al muscolare poliziesco americano (benché privo di protagonisti poliziotti). A partire dal fumettistico duo di sicari, i veterani del western americano Henry Silva e Woody Strode (uno bianco, vanesio e chiacchierone l'altro, nero,  distaccato e professionale) fino all'azione decisamente più pronunciata e protagonista, fino alla storia tutta proiettata verso un finale/resa dei conti che definire lieto è esagerato, ma che è sicuramente più risoltutorio e "soddisfacente" per lo spettatore rispetto al nichilismo di Ugo Piazza e Rocco Musco in Milano calibro 9 (per non parlare di quello di Il Boss).  Adolfo Celi nei panni del boss Vito Tresoldi torna cattivo e glaciale come non era dai tempi di Operazione Tuono e come nella migliore exploitation d'oltreoceano, Luca Canali  è attorniato da tre bellissime donne: una mora (la prostituta Femi Benussi), una rossa (la basista dei killer, Luciana Paluzzi) e una bionda (la moglie di Luca, Sylva Koshina).  Per questa sua stilizzazione non a caso della trilogia è quello che piace di più agli americani e che Quentin tarantino cita tra i suoi film preferiti, attribuendogli l'idea dei due sicari Vincent Vega e Jules Winnfeld in Pulp Fiction; "La mala ordina" è un poliziesco italiano che gioca bene gli archetipi dell'hard boiled calandoli nel romanzo criminale alla francese grazie a un magistrale di Leo e un immenso Adorf.


La Mala Ordina è disponibile in DVD edizione Rarovideo
e in digitale sulle piattaforme