Strade Perdute: fermare su pellicola la sostanza di cui sono fatti gli incubi

3/12/2018 i400Calci

L'articolo di Quantum Tarantino dei 400Calci - Cinema da Combattimento


 

Oh, avete sentito quel tipo? Come si permette di darvi degli sfigati per non avere mai visto Strade perdute?! Un po’ saccente, non trovate?

Come se uno non avesse altro da fare nella vita. Come se David Lynch non fosse un argomento abbastanza ostico.

Che poi, fosse David Lynch il problema. Ci avete mai parlato con un fan di David Lynch? (Se siete voi i fan di David Lynch, non vi serve leggere il paragrafo che segue, saltate direttamente al prossimo come in un libro game, solo che è un libro game lynchiano, quindi il prossimo paragrafo in realtà è lo scorso e voi non siete voi nel senso che siete voi però siete anche Bill Pullman.) Dicevo, ci avete mai parlato con un fan di David Lynch? Sono dei matti a pedali! Con quel look da unabomber, gli occhi spiritati, la loro conspiracy board sempre aggiornata e l’aria di chi ha smesso di dare la caccia al Killer dello Zodiaco per dedicarsi a qualcosa di più complesso. Inavvicinabili.
Lo so perché sono un fan di David Lynch.

 

Esempio di conspiracy board

 

Per esempio. Se dovessi parlarvi di Strade perdute inizierei parlandovi di Twin Peaks. Perché? Perché un buon 50% della trama di Strade perdute l’abbiamo già visto in Twin Peaks (questo sarebbe un ottimo momento per battere enfaticamente la mano contro la lavagna urlando NON CAPITE? È TUTTO COLLEGATO!). Un giovane, lo chiameremo Peter, si invaghisce di una donna bellissima e misteriosa, la chiameremo Alice. Alice però è la pupa del boss e il loro è un amore impossibile, per realizzarlo l’unica soluzione è scappare, per scappare servono soldi, i soldi si trovano uccidendo e derubando un tipo losco. Peter esegue quasi senza pensare, è troppo innamorato per fare domande e quando si accorge di essere stato usato è troppo tardi.

Non è niente di rivoluzionario, è la trama di circa qualsiasi racconto noir scritto dagli anni 40 a oggi, eppure quasi la stessa identica storia raccontata in Strade perdute, 1997, l’abbiamo vista, neanche 5 anni prima, in una serie di episodi allungabrodo della seconda stagione di Twin Peaks. Il protagonista era James, il ribelle sensibile e dalla fronte sproporzionata che ha amato Laura Palmer, e le similitudini troppe per essere solo un caso. In Twin Peaks Lynch (o chi per lui) si divertiva prendere un tropo del cinema hard boiled e rimetterlo in scena come una soap opera: l’impianto narrativo era quello – il gonzo, la femme fatale, l’omicidio, il tradimento – ma ogni cosa era eccessiva e melodrammatica, al punto da sfiorare l’autoparodia. In Strade perdute il giochino è simile, Lynch ricicla lo stesso canovaccio, ma questa volta sceglie di raccontarlo come se fosse un incubo.

 

Esempio di strada perduta

 

Banalizzando, semplificando ai minimi termini (metto molte mani avanti perché non vorrei che gli altri fan di Lynch mi togliessero la tessera. Che ci provassero pure, scoprirebbero che in realtà è la tessera dell’Esselunga e i dati anagrafici non sono i miei ma quelli di Patricia Arquette!), la filmografia di David Lynch si potrebbe ridurre a questo: il tentativo di fermare su pellicola la sostanza di cui sono fatti gli incubi. Quel qualcosa che non torna, di illogico, il senso di ineffabilità che caratterizza i sogni, i messaggi spesso indecifrabili che ci manda quello stronzo del nostro subconscio in cui ogni cosa è quella cosa ma è anche un’altra cosa, Lynch ha passato la sua carriera a cercare di catturarli e raccontarli attraverso la macchina da presa. Strade perdute ne è uno degli esempi più lampanti, non ha davvero bisogno di spiegazioni – anche perché non ci sono, quindi meglio farselo andare bene così.

 

Qualche esempio? Per farlo bisogna scomodare la prima metà della trama, quell’altro 50% un po’ meno lineare e un po’ più complesso da raccontare senza l’ausilio di una conspiracy board (ve l’avevo detto che serviva) ma ci proverò lo stesso. Fred è un musicista jazz che conduce una vita noiosetta, con una moglie bellissima che non lo caga e probabilmente lo tradisce; a un certo punto iniziano a succedergli cose senza senso tra cui:

  • ricevere videocassette dal contenuto inquietante
  • incontrare a una festa un tizio che non ha mai visto prima che
    1. sostiene di conoscerlo
    2. che è contemporaneamente davanti a lui e in casa sua
  • essere accusato dell’omicidio di sua moglie
  • trasformarsi, mentre è in prigione per l’omicidio di sua moglie, in un’altra persona.

 

Esempio di tizio a cui non dovete mai rivolgere la parola ai party

 

Il termine medico di quest’ultima cosa è “fuga psicogena”: per sfuggire a un evento traumatico, il paziente fabbrica inconsciamente per se stesso una nuova identità, compresa di ricordi, personalità e background fittizi. (Alla fine, in Twin Peaks succedeva la stessa cosa: turbato dalla risoluzione dell’omicidio di Laura Palmer, James dichiarava “ne ho abbastanza di questa merda”, quindi saliva sulla sua moto e usciva letteralmente da Twin Peaks per entrare in un’altra serie, reinventarsi protagonista di un’altra storia in un altro luogo.)

È una condizione medica reale e documentata, che però Lynch racconta dal punto di vista del paziente, e per tanto noi vediamo accadere questa cosa. Nello sbigottimento generale, Fred si trasforma in Peter, il protagonista della seconda parte del film, e attorno a lui cambia ogni cosa, la sua vita, il suo lavoro, i personaggi che lo circondano, gli ambienti e le atmosfere. E logicamente cambia anche l’attore che lo interpreta, il 40enne Bill Pullman viene sostituito dal 20enne Balthazar Getty. L’unica costante, come in Vertigo di Alfred Hitchcock, rimane la donna, una Patricia Arquette bella da mozzare il fiato (che noir sarebbe se non usassimo questi cliché) che è sia Renée, la moglie di Fred, che Alice, la femme fatale che seduce Peter. Volete un altro parallelo con Twin Peaks? Sheryll Lee interpretava sia Laura Palmer che sua cugina: il tema del doppio è un altro chiodo fisso di Lynch, assieme al concetto della ripetizione e della ciclicità del tempo. In Lynch ogni cosa si sdoppia, si scinde e succede due volte, in spazi che si contraggono e si dilatano, in un tempo che non è lineare e a ben vedere neanche ciclico, ma assomiglia a un nastro di Mobius – osservazione che hanno fatto solo altri trecentomila critici prima di me, ma in un’ottica di tempo lynchiana non lineare posso comunque dire di averlo notato prima di loro.

 

Esempio di donna che visse due volte

 

Nonostante momenti di intensissima inquietudine e un paio di passaggi che fanno decisamente cacare sotto, quasi nessuno considera Strade perdute un horror. Strade perdute è un noir postmoderno introspettivo e psicanalitico (sentitevi liberi di fermarmi quando vi sembra stia dicendo parole a caso), che non parla di mostri o assassini mascherati, di possessioni diaboliche o di morti male, ma racconta l’orrore vero, esistenziale, della perdita della ragione, dell’impossibilità di dare un senso a quello che ci accade, della disperazione che attanaglia l’uomo nel momento in cui si rende conto di essere spettatore passivo e impotente della propria vita. Paradossalmente, Strade perdute è un film tanto ambiguo nei contenuti quanto limpido nella messinscena, che è studiata al millimetro, caratterizzata da simmetrie perfette e in cui la musica parla quasi quanto le immagini (non è un caso che il personaggio di Bill Pullman sia un sassofonista, che facciano dei camei apparentemente insignificanti Henry Rollins dei Black Flag e Marilyn Manson e che David Bowie canti “I’m deranged” sui titoli di testa e di coda). Rogert Ebert, pensando di dire una cosa negativa, scrisse che Strade perdute ha più a che fare col design che col cinema, il che è verissimo e probabilmente è anche una cosa negativa, per chiunque non si chiami David Lynch.
Per me resta una bomba imperdibile e, lasciatemelo dire, se non l’avete visto siete un po’ degli sfigati.

Strade Perdute è disponibile su



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