Uno studio su un’identità sdoppiata e su due identità fuse insieme: Gemini (1999) capolavoro di Shinya Tsukamoto!

7/8/2018 I 400 Calci

Articolo a cura di Cicciolina Wertmüller de I 400 Calci - Cinema da Combattimento


La carriera di Shinya Tsukamoto non è nuova a brusche sterzate; con la naturalezza del genio che ama mettersi costantemente alla prova, nel 1999 il regista giapponese decide che le tavolozze sobrie e le atmosfere urbane di Bullet Ballet e Tokyo Fist gli stanno strette; allora si butta in un atipico film in costume che unisce colori caldi, ambientazioni raffinate ed esplosioni rutilanti di azione, caos, rossi e verdi accesi. D’altra parte, Gemini è uno studio su un’identità sdoppiata (quella di Rin) e su due identità fuse insieme (quelle dei gemelli Yukio e Sutekichi).

Yukio è un medico borghese di chiara fama, premiato per i servizi prestati in guerra; all’interno delle mura domestiche, i suoi genitori lo adorano; sua moglie, la bellissima e delicata Rin, lo adora. Ma Rin ha perso la memoria e la famiglia in un incendio – letteralmente non sa chi è, e si appoggia all’amore del marito per ricostruirsi un’identità. Fuori dalle mura domestiche intanto, i bassifondi della città pullulano di poveracci vestiti di coloratissimi stracci, affamati, ad alto rischio di malattie infettive. Yukio sente un istintivo ribrezzo verso la loro sporcizia, e come spesso accade nel cinema di Tsukamoto (si pensi a Shigehiko, il marito di A Snake Of June), per questo viene punito. La nemesi si presenta sotto forma del demoniaco Sutekichi, che si scopre essere il fratello gemello di Yukio, abbandonato alla nascita a causa di una orribile escrescenza cutanea. Ma questa non è l’unica sorpresa: dopo avere imprigionato Yukio, Sutekichi gli rivela che la sua raffinatissima moglie viene in realtà dai bassifondi, e che la sua amnesia è solo una conveniente bugia che lei sfrutta per liberarsi dal passato…

Il triangolo psicologico fra i personaggi va di pari passo con quello fisico: il corpo e il suo doppio potenziale di essere foriero di bellezza e piacere da una parte, di disgusto e sofferenza dall’altro, sono come sempre al centro della poetica di Tsukamoto, il quale si concede meravigliose e lunghe scene erotiche; in tutte queste scene la pelle d’avorio di Rin contrasta coi colori circostanti, siano essi stracci polverosi o coperte di seta ricamata. il finale rappresenta una doppia ricomposizione identitaria che non ha più paura della commistione (fra pulito e sporco, alto e basso, ordine e caos) e che anzi, la usa come una nuova forza su cui crescere.

Anziché basarsi su soggetti originali di propria creazione, questa volta Tsukamoto sceglie di adattare e girare una storia pre-esistente, opera dello scrittore di culto Edogawa Rampo; rinuncia ad apparire nel film come attore e lascia spazio ai bravissimi Masahiro Motoki e Ryo, modella al suo esordio cinematografico. Dopo Gemini nella filmografia del regista verranno A Snake Of June, stilizzatissimo e in bianco e nero, e poi Vital, dicotomico e cupo; dal punto di vista estetico, Gemini rimane un unicum nella poetica di Tsukamoto.

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