New Police Story: la revisione della mitologia di Jackie Chan poliziotto

4/8/2018 I 400 Calci

L'articolo di Jackie Lang de I 400 Calci - Cinema da Combattimento


Può mai esistere un sequel/reboot fatto dalla stessa persone che aveva fatto il film originale solo più vecchio? È mai possibile? No, non ha senso.
Ma se sei Jackie Chan invece sì, lo ha.

19 anni dopo Police Story Jackie Chan ha avuto l’ardire di girare New Police Story, diretto non più da se stesso ma da Benny Chan (non un parente) con una trama diversa ma con una serie non indifferente di aderenze e soprattutto con un altro tono. Erano gli anni dell’esplosione definitiva della bolla della new economy, della finanza selvaggia e dello spleen post nuovo millennio, quelli in cui la Cina (ormai comprendente Hong Kong, luogo in cui lavorava Jackie 19 anni prima) aveva rapporti stabili con l’Occidente.
Siamo lontanissimi dagli anni ‘80 ottimisti ed edonisti ed era anche un’altra era per Jackie. Il risultato è un film stranissimo, un vero unicum imperdibile nella carriera di Jackie Chan.

 

Innanzitutto occorre specificare una cosa: Benny Chan non ha mai saputo dirigere. Davvero. Non è mai stato questo fulmine della regia, anzi è innamorato sempre dei soliti espedienti, fiducioso in un uso criminale del ralenti e poco preciso, poco attento alla continuità e alla recitazione. New Police Story è funestato da scene sotto gli standard accettabili. Ma questo è anche un film di Jackie Chan, pure se non è diretto da lui, inoltre qui a contare, come sempre, è altro, è la revisione della mitologia del suo poliziotto.
 

Alla voce: recuperare il vero valore del ginocchio

 

Nel 1985 Police Story cambiava tutto sia per Jackie, sia per il mondo intero. A quell’epoca lui era già una star ma solo con quel film sarebbe nato “lo stile Jackie Chan” come lo conosciamo, uno standard di spettacolarità e stunt oltre il pensabile, ritmi inconcepibili e cinema come non era (ed è) in grado di fare nessuno. Era un film-manifesto, l’araldo di una nuova era, un film esaltato in cui ogni scena doveva essere una bomba. New Police Story è il film di un cinquantenne che fa un bilancio del suo passato e rilancia verso il futuro per dimostrare a tutti (e a se stesso) di essere ancora lui.

 

Si parte con il protagonista ubriaco, là dove l’ubriacatura era il segno distintivo del primissimo Jackie Chan, quello di Drunken Master. La sua prima invenzione era infatti la mossa dell’ubriaco marziale, a metà tra commedia e vere arti marziali. Stavolta però non c’è ironia, il protagonista è marcio di alcol perché, lo vedremo, per colpa sua sono morti diversi poliziotti. Da che era capitano di polizia, stimato e ammirato, una gang lo mette nel sacco e proprio per sue mancanze (non è veloce a sufficienza, non è preciso nelle arti marziali a sufficienza) moriranno i suoi uomini.

Questo è il film, ma queste sono anche le paure di Jackie Chan, star del cinema d’arti marziali in un’età in cui comincia a non essere più così scontato esserlo, eppure per non far fallire i suoi film sa di dover essere sempre rapido, svelto e in forma.
 

Il metaforone

 

Tutto il film sarà la fuoriuscita del suo personaggio più iconico da quel cono di responsabilità e il ritorno a battersi contro un nemico che non casualmente è identificato dall’essere giovane: una banda di ragazzini contro il vecchio Jackie. Un’affermazione che dice forte e chiaro: “Non sono finito, anzi, sono ancora meglio di voi e forse meglio di me stesso di 19 anni fa”.

Perché nel percorso di rivincita Jackie, anzi il capitano Chan (sì, il personaggio ha il suo stesso cognome), rifà moltissimi degli stunt più noti di quel primo film.
Ma più complicati.

Ci sarà una scena con un autobus su cui entrare mentre è in corsa, solo che stavolta è senza autista e le complicazioni sono molto maggiori. E ci sarà il gran finale al centro commerciale con buona parte di quegli stunt citati (dal vetro spaccato fino alla discesa finale su un palo tra le esplosioni), anche lì più difficili, più rischiosi, più tosti. Ripartito da zero, dal livello minimo umano e disilluso, il capitano Chan deve tornare ad essere il vero Jackie Chan che tutti conosciamo, in un film che non è più la carrellata di gioia, risate e ottimismo cui ci aveva abituato ma una storia cupa, con poche risate e molta serietà.

 

Alzare la posta degli stunt
 

Negli anni precedenti Jackie aveva tentato lo sbarco ad Hollywood con Rush Hour ma non era andato bene. Il botteghino era soddisfacente ma i film no. Anche per lui. Ad Hollywood non può lavorare ai ritmi e ai modi che dice lui e le scene d’azione non vengono come vuole lui, si sente ad un livello qualitativo inferiore.
Così torna a casa, abbacchiato e voglioso di rivincita. E del resto anche il mondo è nelle stesse condizioni, non a caso New Police Story è un film dominato dalla dittatura fallace della finanza.

Nella prima scena un attentatore mette tutti in pericolo perché si è rovinato giocando in borsa, vedremo altri personaggi derelitti perché nelle mani degli strozzini e anche i villain sono un banda di ragazzini ricchi, figli di magnati della Cina che si ribellano ai padri e come dei bambini viziati giocano a fare i criminali. Quant’è peggio parlano pure inglese invece che cinese! C’è un livore contro la classe abbiente e la sua terribile ignavia, rispecchiata in come hanno educato questi ragazzini viziati, che è tangibile, e Jackie è la testa d’ariete (ovviamente popolare) che li sfonda. Li sfonda a calci. Ma proprio calci in bocca!
 

A calci in bocca ai ragazzini!

 

Sarebbe impossibile replicare davvero il dinamismo, l’energia e la forza dirompente del primo film, così New Police Story è ripiegato verso la mestizia e cerca di far trovare al suo personaggio il coraggio di uscirne fuori. I clamorosi stunt sono presenti solo all’inizio e poi nelle scene finali, in mezzo c’è la ricostruzione di un uomo ubriaco che non vuole nessuna responsabilità. Una star che dopo una brutta esperienza e in là con gli anni per il suo genere cerca di dimostrare a tutti (e a se stesso) di essere sempre quello di prima, invita un paese intero vessato dalle crisi finanziarie di inizio secolo a farsi forza. Tutto con le arti marziali, le discese in corsa sui muri dei palazzi, le follie esplosive e una valanga di calci.

Purtroppo però l’esigenza di mettere in scena tutto con una grandeur inedita, unita alle nuove norme di sicurezza, riempiono il film di cavi poi cancellati in post produzione. Quando vediamo i personaggi cadere hanno sempre un cavo a metterli in sicurezza, lo scopriamo candidamente nei caratteristici ciak sbagliati inseriti sui titoli di coda. Là dove in Police Story gli stunt man e Jackie Chan stesso cadevano sul serio sul duro da altezze medie, qui da altezze stratosferiche fanno finta di cadere grazie ai cavi. Comprensibile, ma non è la stessa cosa.
 

Dimostrare al mondo intero di essere sempre il migliore

Nel dimostrare che nulla è cambiato, aumentando le proporzioni (e quindi il fumo) Jackie Chan rivela suo malgrado che tutto è cambiato. Il suo cinema è sempre il migliore (davvero), è sempre l’intrattenimento più assurdo che si possa chiedere, ma tutto il mondo intorno a lui non è più lo stesso.
È invecchiato, siamo invecchiati. Lui continua a fare il matto per negarlo, noi continuiamo a guardarlo per negarlo.
E va bene così.

 

Guardalo ora!
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