Ip Man: Uno Scambio di Opinioni

26/7/2018 I 400 Calci

L'articolo di Quantum Tarantino de I 400 Calci - Cinema da Combattimento


A 10 anni dalla sua uscita, si può finalmente dire senza rischiare di esagerare che Ip Man sia una pellicola fondamentale (notate il corsivo, significa che sono dannatamente serio) per la cinematografia action cinese da questo lato del 2000. Si tratta di un film che ha rappresentato una svolta, per una quantità di motivi che vado rapidamente a elencare, a beneficio di tutti i presenti che si fossero distratti mentre nell’estremo oriente si faceva Il Cinema (lettere maiuscole, altro inequivocabile indizio di massima serietà) a suon di cazzotti.

Primo, consacra il tandem di talenti che sono Wilson Yip, regista di Hong Kong con un curriculum già allora di tutto rispetto (su tutti SPL e Flash Point), ma che non aveva ancora fatto “il salto”, e Donnie Yen (già protagonista dei sopraccitati SPL e Flash Point), atleta marziale di altissimo livello che, popolarissimo in Cina, aspettava solo l’occasione per mettersi in mostra anche di fronte a un pubblico internazionale.

Secondo, rende improvvisamente popolare il Wing Chun, uno stile di kung fu fino a quel momento poco sconosciuto e poco amato dal grande pubblico, specie rispetto alla sua evoluzione sbarazzina che è il Jeet Kune Do, l’arte marziale di Bruce Lee. Il Wing Chun è un sistema di combattimento a contatto ravvicinatissimo fatto di pugni rapidi, prese e contro-prese. Un kung fu senza grilli per la testa, privo di stravaganze e acrobazie e per questo molto poco cinematografico, finché non sono arrivate le splendide coreografie del veterano Sammo Hung.

Terzo e (forse) più importante: crea il mito di Yip Man, un maestro di Wing Chun realmente vissuto all’inizio del secolo scorso che viene considerato, per comodità, il maestro di Bruce Lee (la realtà è un po’ meno poetica, Lee si formò certamente nella scuola di Yip, ma è improbabile, dal momento che questi era già molto vecchio, che lo abbia addestrato personalmente). Grazie a questo film Yip Man conosce un picco inaudito di popolarità (usciranno su di lui altre 6 pellicole!), assurge a figura mistico-leggendaria delle arti marziali, campione e incarnazione della Cina di menare, e finanche eroe della Rivoluzione.

Foto di repertorio: i veri Yip Man e Bruce Lee

Al tempo stesso, Ip Man è anche uno dei più eleganti, e lo dico senza un filo di ironia, film di propaganda mai realizzati. Biopic che sfocia piuttosto in fretta in un’agiografia senza pudore, il film di Wilson Yip promuove i valori di una Cina orgogliosa ma piena di contraddizioni, che si sforza di conciliare tradizione e modernità, individualismo e culto della collettività, socialismo e una inconfessabile fascinazione per certi simboli dell’Occidente capitalista.

Il racconto esemplare di Yip Man si articola in tre atti, scanditi da cambi nettissimi nei toni e nella fotografia.

Si parte dai primi anni 30, a Foshan, una città descritta -vado a memoria- come “talmente ricca che i suoi abitanti non hanno bisogno di lavorare e praticano il kung fu per hobby”. Siamo in una sorta di età dell’oro, che ricorda tanto la Cina rurale e senza tempo dei gongfupian di una volta (e infatti la fotografia è un tripudio di gialli e verdi brillantissimi), all’interno di una comunità composta quasi esclusivamente da appassionati di arti marziali. Tra questi spicca, per abilità e compostezza, il maestro Yip (Donnie Yen). Tutti sono felici, tutti si rispettano, le arti marziali sono una forma di filosofia applicata e gli incontri amichevoli sono “scambi di opinioni”. La quiete è brevemente interrotta da un gruppo di forestieri facinorosi che irrompe in città e sfida uno a uno, sconfiggendoli, i maestri delle varie scuole: toccherà a Yip Man suonarli come tamburi riportando la pace, ma soprattutto restituendo alla città di Foshan l’onore perduto, dimostrando una volta per tutte la superiorità tecnica e morale del Wing Chun sulle volgari arti marziali del nord.

L’età dell’oro

La seconda parte racconta il periodo funereo dell’occupazione giapponese (dal 1937 al 1945): in uno scenario di miseria e degrado - in cui la fotografia desatura a tal punto i colori da sfiorare il bianco e nero -, i ricchi maestri di Foshan si trovano costretti - perdinci! - a cercarsi un lavoro, pur di mettere un po’ di riso sotto ai denti. Quando anche il lavoro scarseggia, arriva la proposta indecente: combattere in cambio di cibo, per il divertimento del crudele esercito nipponico. Questa volta a Yip Man toccherà vendicare un amico, ucciso a sangue freddo dopo aver perso un incontro impari, e lo farà affrontando da solo e suonandoli come tamburi ben 10 karateka giapponesi. Alla domanda del loro generale, “chi sei tu?”, Yip risponderà senza neanche voltarsi: “Sono solo un cinese”. La folla va in delirio.

Cina contro Giappone ai Mondiali del '37

La terza parte racconta la lenta ripresa economica di Foshan, che ancora vittima delle prepotenze dell’esercito straniero e del crimine organizzato (gli stessi rompicoglioni della prima parte, che da artisti marziali si sono riciclati banditi), trova in Yip Man un protettore e una guida. Solo attraverso la comunione è possibile risollevarsi e il kung fu indica la via. Così, ecco che Yip Man insegna il Wing Chun agli operai delle fabbriche, ora più uniti e fomentati che mai, e in grado di difendersi dalle avversità a suon di cazzotti. La vita letteralmente riprende colore, e dal bianco e nero si passa ai grigi, ai seppia e ai marroncini da realismo socialista.

Ovviamente un film di arti marziali non può concludersi senza uno scontro finale, così ecco tornare alla carica l’esercito giapponese: l’orgoglioso generale Miura (Hiroyuki Ikeuchi) è rimasto affascinato dallo stile con cui Yip ha sconfitto i suoi uomini, ma non può tollerare l’affronto subito, quindi lo sfida in un incontro “leale” che decreterà una volta per tutte quale sia l’arte marziale dominante tra il karate e il Wing Chun. Volete provare a indovinare? Sì, Yip Man lo suonerà come un tamburo, ma non solo: la sua vittoria schiacciante diverrà la scintilla che incendierà gli animi del popolo cinese, spingendolo a ribellarsi all’occupazione straniera e a riconquistare la propria libertà.

Girone di ritorno

Si dice che il patriottismo sia la celebrazione di ciò che unisce un popolo, mentre il nazionalismo l’esasperazione di ciò che lo divide dagli altri. Ip Man è un film decisamente nazionalista e così esageratamente xenofobo da sfociare nel comico. La necessità di un nemico comune che unisca il popolo (o almeno la brava gente di Foshan, perché non è che i forestieri ne escano invece benissimo) sotto un’unica bandiera si traduce in un cattivo da cartone animato: i giapponesi sono vigliacchi, meschini, malvagi per il gusto di essere malvagi, bestie disumane che non conoscono l’onore né la pietà, con la sola eccezione del generale Miura, che in quanto praticante di arti marziali (certo, quelle sbagliate) conosce l’onore, ma è comunque fatto di merda.

All’esatto opposto, Yip Man è una figura quasi divina: infallibile, imbattibile, illuminato, oltre che generoso, infinitamente saggio e umile, privo di dubbi o di incertezze. In mano a qualcun altro sarebbe stato assolutamente insopportabile, ma qui interviene l’innato carisma di Donnie Yen, che gli infonde un calore e un’umanità che ne fanno un personaggio irresistibile.

Nel finale, Yip Man è la forza che innesca la rivoluzione, ma non può essere anche l’uomo che la porterà a compimento. La riscossa spetta al popolo nella sua collettività, non a un singolo incaricato di essere il salvatore di tutti: non è dunque un caso che la pellicola si chiuda con la sua morte simbolica, e il suo auto-esilio a Hong Kong. Questa “sottigliezza” sparirà completamente nei film successivi della saga (nel momento in cui parliamo sono in corso le riprese di Ip Man 4), in favore di una narrazione meno impegnata e più caciarona. Il maestro Yip vivrà nuove avventure -- sempre vagamente ispirate a fatti realmente accaduti -- e continuerà a essere descritto come un eroe infallibile, una sorta di superman del kung fu o, come lo chiama il mio capo, un Don Matteo di menare, mentre spariranno completamente la dimensione e la responsabilità politiche. È questa sensibilità in più che fa del primo Ip Man non per forza il migliore della serie, ma di sicuro il più interessante.

DVD-quote: “Cina 1 - Giappone 0 poooo po po po po pooo poooo”

 

Ip Man è disponibile in esclusiva su: