Drone AKA Sean Bean tutto missili sparati e figli accompagnati a scuola

14/6/2018 i400Calci

L'articolo di Jackie Lang dei 400Calci - Cinema da Combattimento


C’è la vita del burocrate al centro dei film di guerra di oggi, anzi al centro dei film di droni che è tutto un nuovo sottogenere. E non perché i droni siano ovunque nel cinema, usati per le riprese aeree come e meglio (cioè a costo minore) degli elicotteri una volta, ma perché i droni sono lo strumenti di bombardamento da remoto dell’esercito americano. E il cinema americano, che dall’esercito drena buona parte delle sue storie, dei suoi personaggi e delle sue trame, non poteva fare finta di niente. Così arriva Drone dopo Good Kill, come arriva Rabbia Furiosa dopo Dogman, il film con Sean Bean diretto da Jason Bourque 3 anni dopo quello con Ethan Hawke (era diretto da nientepopodimenoche Andrew Niccol) sulla guerra dei droni. E come si conviene per il genere è più spiccio, diretto e senza fronzoli.


Sean Bean non è nemmeno un militare eppure spara missili per conto del governo su vittime più o meno innocenti. Tutti terroristi, s’intende (sia mai eh!), ma anche vittime collaterali, uccisioni non confermate, parenti e affini dei terroristi. Così un giorno a casa di Sean Bean, tutto camicia e barche parcheggiate in giardino, arriva un signore musulmano che quella barca in giardino la vorrebbe acquistare, praticamente un socio in affari che come tale è accolto in casa (IL METAFORONE!! Facciamo entrare il musulmano in casa nostra ma per ragioni d’affari). Lo sappiamo tutti, lo sappiamo noi che guardiamo, lo sa il regista e lo sa Sean Bean (attore, non il personaggio) che quel musulmano probabilmente ha un legame di sangue con una delle vittime di quei missili ed è lì con un doppio fine.

La recitazione

Così si svolge Drone. Con una violenza che si consuma all’inizio, quando vediamo il lavoro del protagonista tutta tasti premuti ed esplosioni dall’altra parte del pianeta, e con una violenza che immaginiamo, quella della vendetta che deve arrivare. È un film di vendetta visto dalla parte opposta rispetto al solito. Non quella che sta accanto alla vittima che vuole il suo tributo di sangue e lo insegue per tutta la durata della trama (come farebbe Tarantino), ma accanto alla famiglia bersaglio della vendetta, quella che accoglie il vendicatore in casa (e buona fortuna!).

Partito all’insegna della scarsa distensione, con un pakistano che tortura, ha attrezzi da chirurgo arrugginiti in casa, e svuota un secchiello di sangue poco fuori dall’uscio (gran tolleranza!), Drone diventa poi una specie di dramma da camera, anzi per essere precisi “da camera da pranzo della casa di Sean Bean”, con moglie e figlio ignari della sua professione e in tensione crescente per l’imminente scoppio della notizia bomba (e forse di una bomba vera).

Sono in ufficio

Sono questi i nuovi killer dell’esercito americano che il cinema di guerra racconta, quelli che non uccidono con mitra alla mano dietro una duna, ma quelli che con la cravatta indosso, tra una pausa caffè e l’altra, sparano missili verso gente che non conoscono dal suolo americano per poi tornare a casa la sera. La guerra decentrata e in outsourcing, completamente deumanizzata, niente più crisi da stress post traumatico, solo un diverso concetto di responsabilità.

Ma più forte di tutti è l’altra parte, Patrick Sabongui, il vendicatore che si è preparato per mesi, che ha studiato tutto, che ha progettato una vendetta assurdamente precisa, matematica e bastarda. Drone sa benissimo che deve parteggiare da una parte (“i nostri”) e sa che deve usare l’azione in campo aperto, quella delle bombe, per preparare a quella in campo chiuso, in sala da pranzo, quando in realtà nei film di solito accade il contrario (la violenza degli interni è propedeutica a quella degli esterni). Sean Bean rischierà tutto per una malefatta ma siamo in un film di serie B (fieramente di serie B!) americano e quindi il finale non potrà essere estremo, dovrà anzi essere conciliatorio con il lusso di un po’ di amaro.

 

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