Pavia Polar: Squadra Volante e il biglietto da visita di Tomas Milian

21/5/2018 i400Calci

L'articolo di George Rohmer de i400Calci - Cinema da Combattimento


Forse non lo sai, caro il mio fruitore di cinema popolare italiano degli anni '70, ma Squadra volante è un film che, pur non essendo diventato leggendario come altri poliziotteschi interpretati da Tomas Milian nel miglior decennio della storia dell'umanità, è comunque di importanza capitale. Il perché lo diciamo subito: Squadra volante, seconda regia del veterano operatore e direttore della fotografia Stelvio Massi, è il primo vero poliziesco all'italiana di Milian. Ok, all'epoca aveva già interpretato Banditi a Milano, La vittima designata e Il consigliori, ma quest'ultimo è una specie di rip-off del Padrino e gli altri due sono proto-poliziotteschi, non rientrano nel filone vero e proprio.

“Soy uno sbiro italianisimo”

Squadra volante è invece the real deal, ha tutta una serie di elementi centrali al genere, pur mantenendosi saldamente all'interno della tradizione polar di derivazione francese. La ricetta, insomma, è quella del poliziottesco, ma il modo in cui gli ingredienti vengono dosati porta a un film molto più cupo, malinconico e crepuscolare rispetto alle cafonate piene di sganassoni di un Maurizio Merli, o alle smargiassate del Milian più tardo. Siamo più dalle parti di Milano odia: La polizia non può sparare, film che sarebbe uscito pochi mesi dopo questo, avrebbe sancito del tutto il passaggio di Milian dal western all'action e regalato all'attore uno dei ruoli più memorabili della sua carriera. I due film potrebbero anche essere considerati complementari, per via di due finali praticamente identici seppur speculari (nel senso della figura di Milian, da una parte guardia e dall'altra ladro), del cast (oltre a Milian c'è Ray Lovelock) e del tono molto simile.

 

Era da un pezzo che non rivedevo questo film e devo ammettere che alcune cose non le ricordavo benissimo. Ad esempio, solo ora mi è saltato all'occhio come il personaggio di Tomas Ravelli abbia una discreta somiglianza con un certo Marion Cobretti. Entrambi sono eroi studiati a tavolino per poggiarsi sui punti di forza del loro interprete: là c'era Stallone alla ricerca di una terza icona dopo Rocky e Rambo. Qua invece troviamo un Tomas Milian (in uno dei pochi ruoli in cui si doppia da solo) determinato a sfondare in un nuovo genere e che, dunque, necessitava di uno sbirro immediatamente riconoscibile. In entrambi i casi il look gioca un ruolo fondamentale. Squadra volante inizia addirittura con la vestizione di Ravelli, che indossa il suo “costume” – cappotto, coppola, toscano sempre in bocca – prima di entrare in azione.

Ed è subito Fernando Di Leo.

Ma un eroe iconico ha bisogno di un antagonista altrettanto memorabile e, giustamente, qui Massi va sul sicuro e chiama un veterano come Gastone Moschin, che praticamente rifà l'Ugo Piazza di Milano Calibro 9 in versione un po' più stronza. Eppure il suo Marsigliese, nonostante abbia il nome più abusato, credo, dell'intera storia del cinema, è un personaggio più interessante di quanto sarebbe stato necessario. Lo è anche Ravelli che, al di là di una parte visiva preponderante sulla personalità (che si riduce a “sbirro torvo che mastica il sigaro”), ha alle spalle una dinamica famigliare appena accennata eppure sufficientemente convincente.

Tutto il resto conta molto meno della coolness sprigionata da eroe e cattivo, e si affida a una serie di cliché e attori veterani del cinema di genere italiano come Guido Leontini e Giuseppe Castellano, facce che sembrano prese dalla strada e trasudano inseguimenti con l'Alfetta come poche. E tranquilli che gli inseguimenti ci sono, così come c'è il questore ottuso, il poliziotto che non esita a giustiziare i criminali e getta il distintivo come un Dirty Harry qualunque, le bottiglie di J&B (che sono il meno, in un film che fa pubblicità smaccata alle pelliccerie Annabella), i nudi gratuiti e la parola “grana” pronunciata come se effettivamente la gente la usasse nella realtà.
 

Sopra, fotografare il disagio.

Massi gira tutto con la rapidità di uno che è abituato a stare personalmente dietro la macchina da presa a macinare chilometri di pellicola ogni giorno. Usa un sacco di camera a mano, meno zoomate a schiaffo rispetto a Umberto Lenzi, ma ha la sua stessa attitudine working class. L'ambientazione invernale a Pavia cala sul tutto un velo di disagio extra, fotografando lo squallore della provincia industriale degli anni di piombo con una lucidità terrificante e sincera.

Più avanti, Massi e Milian sarebbero tornati a collaborare in un film agli antipodi di questo, La banda del trucido, certamente più famoso perché fa parte della saga del Monnezza. Ma la storia del poliziottesco l'avevano già segnata.

DVD quote: “Coppola, toscano e hai il pubblico in mano”

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