Brivido di Stephen King!

11/5/2018 i400Calci

L'articolo di Stanlio Kubrick de i400Calci - Cinema da Combattimento


Potrei cominciare questo pezzo in duecento modi diversi, tutti ugualmente interessanti.
Sentite qui:
«Vi ricordate quando Dino De Laurentiis produceva valanghe di film con il cuore al posto giusto? Quel filotto incredibile avrebbe finito con l’includere cose tipo Manhunter di Mann e Velluto blu di Lynch, un piccolo miracolo se considerate che Brivido fu il terzo film prodotto dalla DEG – dove il miracolo è soprattutto il fatto che subito dopo ce ne sia stato un quarto»

«C’è qualcosa di più anni Ottanta di Emilio Estevez in canotta della salute?»

«Brivido è un film che potrebbe uscire oggi e funzionare ancora alla perfezione, forse pure meglio visto che si potrebbe riscriverlo eliminando l’elemento soprannaturale senza fargli perdere di senso e facendogli guadagnare in dignità»

«Non è facile parlare degli anni Ottanta di Stephen King, principalmente perché Stephen King stesso fa una gran fatica a ricordarsi qualcosa degli anni Ottanta di Stephen King»

Partiamo da quest’ultima. Di Brivido, inspiegabile traduzione italiana del Maximum Overdrive originale, King dice che «durante la lavorazione ero sempre perdutamente strafatto di coca, non mi ricordo nulla», e aggiunge che ha imparato una lezione fondamentale dalla sua prima regia cinematografica: che sarebbe stata anche la sua ultima regia cinematografica. Tratto ovviamente da un suo racconto riadattato per i novanta minuti (Trucks, in italiano Camion, non Camios purtroppo, che stava dentro A volte ritornano), è la dimostrazione che se ti chiamavi Stephen King nel 1986, avevi appena pubblicato IT ed eri lo scrittore più famoso e celebrato in circolazione, ti lasciavano fare tutto il cazzo che ti veniva in mente.

Che poi King al tempo non avesse idea di stare scrivendo alcuni dei romanzi di maggior successo del decennio (provate a chiedergli cosa si ricorda di Cujo, se vi capita) è un particolare secondario. Quel che conta è che il Re era in fase Mida, l’horror in fase di semi-idillio con il pubblico e De Laurentiis in fase ho un sacco di soldi (relativamente) da investire: ne uscì un film che costò 10 milioni di dollari e ne incassò poco più di 7, e che è ancora oggi inspiegabile sotto molti punti di vista.

Sgrammaticato, sbilenco, sopra le righe anche quando non serve, Brivido è un film che va in tutte le direzioni e tocca tutte le basi del kinghismo, stando attento a non tralasciare nulla ma anche a non dare troppa importanza a nulla; stortissimo e confusionario, ha dalla sua una gran voglia di spaccare tutto e di far esplodere cose, e un approccio quasi comico all’orrore e alla violenza che può essere solo conseguenza dell’estro creativo di un cervello ripieno di cocaina.

Si apre con una cometa apocalittica, con la coda lunga lunga e verde acido, che avvolge la Terra per sette giorni (-ish, i tempi non sono chiarissimi) e dona il lume della ragione a tutti i macchinari del mondo, elettronici o meccanici che siano. Gente decapitata da un coltello elettrico da cucina, gente soffocata da un finestrino della macchina, gente scaraventata giù da un ponte mobile, gente inseguita dai camioncini dei gelati, gente massacrata dalle macchinette sputabibite: Brivido si apre con una scena shock e se ne innamora così tanto che decide di aprirsi con una decina di scene shock una dopo l’altra, finché probabilmente qualcuno della produzione ha tirato le redini e ha fatto notare a King che a un certo punto sarebbe dovuto cominciare il film.

Si passa così al secondo trope kinghiano classico: prendere tutti i potenziali protagonisti, aggiungerci un po’ di carne da macello perché non sia mai che passino dieci minuti senza un morto, rinchiuderli in uno spazio angusto. In The Mist era un supermercato, qui è una stazione di servizio, che come rifugio sicuro durante la rivolta delle automobili è equivalente circa a rimanere bloccati dentro la sede dell’AVIS quando c’è un’invasione di vampiri. Dentro c’è il prevedibile campionario di umanità, caratterizzato da tocchi letterari tipicamente kinghiani e dalla montagna di cocaina assunta da King durante le riprese: l’overacting esce dalle fottute pareti, c’è persino una scena madre in cui la cameriera sclera e comincia a urlare alle macchine WE MADE YOU! con voce rotta dall’isteria – che viene ripetuta due volte a distanza di venti minuti, sostanzialmente identica a se stessa.

Perché siccome a King piace anche il western, Brivido prende quasi subito una svolta tipo “assalto alla diligenza”: i Nostri rimangono chiusi nella stazione di servizio e lì fuori, meccanici e impassibili, i camion la circondano e le girano intorno, freddi e silenziosi. Solitamente è qui che il Re si prende il suo tempo per farci conoscere meglio i personaggi, esporci le loro paturnie, umanizzarli e portarci alternativamente all’empatia o all’odio, perché non esistono solo gli eroi ma anche le vittime sacrificali.

Solitamente, appunto: sollevati dalla carta e portati su pellicola, i ritratti di King diventano macchiette, caratterizzate non dettagliate con un paio di tocchi e poco più; come nel 90% dei survival horror, contano soprattutto i ruoli. Emilio Estevez è L’Eroe, talmente Eroe che Laura Harrington (La Ragazza Che Se Ne Innamorerà) lo chiama “Eroe” e gli dice anche «di sicuro fai l’amore come un eroe». Pat Hingle è Il Cattivo, John Short è La Spalla, c’è persino un giovane Holter Graham negli indispensabili panni di Il Ragazzino In Bicicletta… quando chiude le porte e tiene i camios fuori dall’inquadratura, Brivido è uno studio dei personaggi in pieno stile King, rivisitato e distorto sotto la lente della droga fino a diventare una galleria d’arte di gente che si strilla in faccia e brandisce armi e altri oggetti contundenti, disperata e impotente di fronte a una minaccia che NON HA ALCUN CAZZO DI SENSO.

Le macchine sono possedute dalla coda della cometa, tranne quando (è il caso di tutti i fucili, mitragliatori e lanciarazzi che i Nostri, nella figura di Pat Hingle Il Cattivo, tengono in cantina) non lo sono e si comportano come dovrebbero. Forse però non c’entra la cometa, forse la colpa è degli alieni? Nessuno, per dirne una, sembra preoccuparsi del fatto che l’interno della stazione di servizio è strapieno di macchine potenzialmente letali, che maneggiano cose tipo “acqua bollente ad altissima pressione” o “piastre incandescenti”; nessuno lo fa perché queste macchine e solo queste non hanno acquisito il lume della ragione. Boh?

Importa poco, come non importano le migliaia di altre piccole incongruenze o scelte più o meno casuali dei personaggi e pure del regista, che dedica più tempo e risorse a farci vedere L’Eroe e La Ragazza che Fanno Il Sesso che a costruire delle dinamiche coerenti e interessanti tra il gruppo. Brivido è un film quasi impressionista, una raccolta di idee e spunti tenuti insieme con gli sputi e costruiti intorno a una spina dorsale semplicissima e che serve prima di tutto a sostenere la violenza e le esplosioni.

Non c’è nulla che parli del tono squinternato del film come la scelta di King di avere gli AC/DC in colonna sonora. Gli AC/DC, uno dei più grandi gruppi rock di sempre, sono famosi e celebrati per tante cose; una di queste è il fatto di scrivere da più di quarant’anni la stessa canzone e continuare comunque a spaccare i culi. Che funziona nell’arco di una carriera costruita soprattutto sull’impatto live, ma che in un film si trasforma in una sequela di déjà entendu; la monotonia è spezzata solo dalla scelta creativamente affascinante degli AC/DC stessi di mettere da parte ogni tanto il quattro quarti drittissimo e groovoso e sostituirlo con il quattro quarti blues d’atmosfera.

Mi ero appuntato una serie di ragionamenti e discorsi da infilare nel pezzo, e guardando adesso la lista mi rendo conto di non essere neanche a metà: è difficile scegliere l’angolo da cui approcciare Brivido, perché è un prisma dalle mille facce e una collezione inestimabile di momenti di culto (non sempre in senso buono), una sorta di frullato di archetipi kinghiani messi in fila da uno che non era pienamente in controllo delle sue facoltà mentali e creative. Non è un buon film se ne vogliamo fare un discorso tecnico, a tratti sfiora l’amatorialità, è montato dal tizio che montò L’esorcista e che qui probabilmente aveva appena fatto la conoscenza dello spacciatore di King, e tra l’altro dimostra che se sei pieno di coca fino alla montatura degli occhiali la tua direzione degli attori potrebbe risentirne. Non so neanche se sia un film fatto con il cuore, come si dice in questi casi, più che altro fatto con il culo, anche se è innegabile che – in un modo un po’, diciamo così, disordinato – l’amore di King per il cinema traspaia da quasi ogni scena.

Il problema è che amare qualcosa non significa saperla fare bene, e che se dietro Brivido non ci fosse Stephen King ma Persona Qualsiasi non saremmo qui a parlarne con questo malcelato entusiasmo. La soluzione al problema è che chissenefrega, il fatto che dietro Brivido ci sia Stephen King lo trasforma in una miniera di aneddoti, spunti, suggestioni e follie assortite che raccontano un pezzo di carriera di uno dei più importanti scrittori del Novecento, un pezzo di storia della produzione cinematografica italiana, un pezzo di storia della lotta alla droga e – non guasta mai – UN CASINO di sangue ed esplosioni. In tre parole: nonostante tutto, avercene.

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