Per amor vostro, l’inferno dell’ignavia

29/8/2015 Il Manifesto

di Gianluca Pulsoni


Mostra di Venezia. Intervista a Giuseppe M. Gaudino che torna a raccontare Napoli con il suo nuovo film interpretato da Valeria Golino.

Giu­seppe M. Gau­dino è un film­ma­ker fra i più impor­tanti in Ita­lia, oggi, la cui pro­du­zione – ricca e varie­gata – ha spesso (di)mostrato capa­cità di spe­ri­men­ta­zione poco con­sone nel pano­rama del cinema ita­liano con­tem­po­ra­neo.
Autore di un film-culto come Giro di lune tra terra e mare, uno dei film ita­liani più impor­tanti degli ultimi anni, torna quest’anno in con­corso al Festi­val di Vene­zia con il nuovo film: Per amor vostro. Dal press book sap­piamo che al cen­tro dell’opera c’è Anna (inter­pre­tata da Vale­ria Golino), «donna «ignava», nella sua Napoli, che da vent’anni ha smesso di vedere quel che dav­vero accade nella sua fami­glia, pre­fe­rendo non pren­dere posi­zione, sospesa tra Bene e Male». Anna fa la «sug­ge­ri­trice» in uno stu­dio tele­vi­sivo, sem­pre pronta a aiu­tare gli altri e sem­pre pronta a ridursi a «cosa da niente» per se stessa, «quando final­mente, dopo anni di pre­ca­riato, rie­sce a otte­nere un lavoro sta­bile», così che «ini­zia il suo affran­ca­mento da que­sto stato»…
Da quanto letto, l’ignavia – parola da un forte rimando dan­te­sco, infer­nale – sem­bra essere il tema dell’opera, o comun­que uno dei temi prin­ci­pali di un’opera che sem­bra pro­met­tere di essere in con­ti­nuità col cinema di Gau­dino, un cinema – per chi non lo cono­scesse – che tanto riprende la miglior lezione del neo­rea­li­smo quanto inse­gue l’elaborazione di imma­gi­nari baroc­chi nella forma e sin­cre­tici nella strut­tura.
Ci rac­conti la genesi di Per amor vostro?
Il film come pro­getto nasce uffi­cial­mente nel 2008, e vede oggi la luce. Diciamo che il tutto, quindi, nasce molti anni fa, per­ché ero inte­res­sato a rac­con­tare la dif­fi­coltà di par­lare, di rela­zio­narsi e di usare un lin­guag­gio in una figura fem­mi­nile. Ho sem­pre cer­cato que­sta anima, que­sto spi­rito, que­sta emo­zione e col tempo l’abbiamo sicu­ra­mente «affi­nata». Però all’inizio è sem­pre stata Anna, cioè fin da subito c’era que­sta figura di sug­ge­ri­trice che lavora in tele­vi­sione. Sape­vamo fin da subito che doveva essere la parola e la dif­fi­coltà di dar voce alla parola il pro­blema di Anna, per­ché nella parola si con­densa spesso il con­cetto di riscatto. Tu, par­lando a te stessa, inte­rior­mente, usi un con­cetto ver­bale per dire delle cose, e la parola non ade­guata, la parola non detta, era il tema cen­trale del rac­conto. E fare la sug­ge­ri­trice era appunto mostrare colei che sug­ge­ri­sce per iscritto le parole giu­ste per que­sta rap­pre­sen­ta­zione. Era la car­tina di tor­na­sole per rac­con­tare lo sforzo e i poten­ziali di una per­sona che avesse delle atti­tu­dini a capire chi era in dif­fi­coltà, in dif­fi­coltà con la parola. E mi inte­res­sava rac­con­tare anche cosa signi­fica non avere la parola giu­sta per se stessi. Poi su que­sto abbiamo lavo­rato – le co-sceneggiatrici e io – cer­cando di dare chia­rezza. Abbiamo scritto mol­tis­simo per poi mano a mano togliere. Essendo un rac­conto sull’emozione non è un rac­conto d’azione. Non è una sto­ria linea­ris­sima e per arri­varci, a que­sta non-linearità – molto ricer­cata, molto voluta – ci abbiamo impie­gato un tempo neces­sa­rio, giu­sto, di un anno. Poi, dopo, è ini­ziato tutto un per­corso, molto lungo, per la ricerca dei finan­zia­menti con la Gaun­dri (la società di Gau­dino e della film­ma­ker Isa­bella San­dri ndr).
La scelta di Vale­ria Golino?
Cose solo posi­tive e belle, la prima per­sona a cui avevo man­dato la sce­neg­gia­tura – quando ancora il pro­getto si chia­mava Un angolo di inferno – era lei. Non era riu­scita a leg­gerla, ma dopo un anno e mezzo ebbi l’intuizione di insi­stere di nuovo e… andò bene. Ci sen­timmo subito dopo. Volevo rac­con­tare di una per­sona, oltre che la sua forza umana – da anima senza destino a anima in grado di tro­vare il suo vero scopo – la bel­lezza e il rove­scio della bel­lezza. Quando Anna diventa ignava e tu dici, «ma come fa una così, con que­sto fascino, a con­te­nere anche il suo oppo­sto?» C’è la parte finale del film in cui dichiaro che lei è l’una e l’altra cosa insieme. Se non fosse stata lei Anna sarebbe stato molto più dif­fi­cile far capire che lei, con la sua bel­lezza, potesse essere anche la parte più bestiale di noi. Io poi con tutti gli attori e le attrici che ho cor­teg­giato per fare que­sto film ho sem­pre cer­cato di indi­vi­duare, nella loro fisio­no­mia, nelle loro voci, nelle loro movenze, nelle loro per­for­mance pre­ce­denti, qual­cosa che fosse a metà strada, cioè che non fos­sero né cat­tivi, né dolci, né per­versi, né stu­pi­da­mente sche­ma­tici. E ho tro­vato que­sto anche con Adriano Gian­nini, con Mas­si­mi­liano Gallo, con i gio­vani figli. È chiaro che a un attore que­sto discorso puoi farlo, ai non-attori non puoi fare que­sto grande pre­am­bolo, que­sto dise­gno. Piano piano lo capi­ranno vedendo il film finito, capi­ranno che hanno messo in scena una parte di se stessi… incon­sa­pe­vol­mente.
Fin dalle prime prove i tuoi film dimo­strano uno stile e un lin­guag­gio sem­pre aperti – e in modo mai banale – a spe­ri­men­tare. Imma­gi­nando che «Per amor vostro» non fac­cia ecce­zione, puoi dire qual­cosa in merito?
Non ho tra­dito que­sta voglia di spe­ri­men­ta­zione. Anzi è ancora più esa­spe­rata, è ancora più messa a repen­ta­glio, la com­bi­na­zione di ele­menti è ancora più impre­ve­di­bile. Se in altri lavori è gra­duale il pas­sag­gio da uno sta­dio all’altro, adesso è ancora più mar­cato. Que­sta sto­ria ha per­messo anche di poter attin­gere a un reper­to­rio di musica che appar­tiene alla mia gene­ra­zione – la gene­ra­zione dei cin­quan­tenni – e in gene­rale alla memo­ria. Voglio dire che, per esem­pio, ho pro­vato ad attin­gere alla memo­ria con un brano musi­cale famo­sis­simo in Ita­lia negli anni Ses­santa, in rela­zione ad Anna. Per­ché vuole cir­con­darsi di que­sta musica? Per­ché sono le uni­che cose belle che ha potuto vivere nella disgra­zia – nel back­ground della sto­ria Anna è stata quat­tro anni in rifor­ma­to­rio e le suore, per tenere buoni i bam­bini e le bam­bine, met­te­vano que­ste can­zo­nette, e alcune di que­ste can­zo­nette rac­con­tano cose vere, ribal­tan­dole, ma con grande poe­sia e con grande sim­bo­lo­gia. Anna si affe­ziona a tutto ciò e rie­sce anche a coin­vol­gere i figli, facen­doli assi­stere alle sue tra­du­zioni in simul­ta­nea di testi musi­cali. Per esem­pio la sto­ria della Tra­viata, e la tra­duce in un modo attra­verso cui tra­spare quanto ami tan­tis­simo que­sto modo di rac­con­tare, ren­den­dolo nel suo rove­scio, pren­dendo in giro la sto­ria ma – appunto – non riu­scendo a pren­dersi in giro lei stessa. È que­sta com­bi­na­zione, que­sto livello su livello, che è anche un discorso sul lin­guag­gio.
Nel tuo cinema il ter­ri­to­rio è deter­mi­nante, ele­mento in grado di con­ta­mi­nare e tra­sfi­gu­rare ogni trama, basti pen­sare alla Poz­zuoli «mitica» di Giro di lune. Qui ti con­fronti con Napoli, città di una for­tis­sima, quasi ingom­brante tra­di­zione cine­ma­to­gra­fica. Cosa hai voluto far risal­tare di Napoli?
Io cono­sco tante città che mi hanno sug­ge­rito delle sto­rie e posso per esem­pio fare para­goni tra Ber­lino, dove ho vis­suto, e Napoli, dove alla fine sono nato. A me di Napoli affa­scina quella che chia­me­rei la com­pre­senza delle con­trad­di­zioni. Per esem­pio a Napoli esi­stono ben tre chiese dedite al culto delle anime più perse, più igno­rate, e mi piace l’idea di poter rac­con­tare che le per­sone più perse, più diso­rien­tate, occu­pino il loro tempo a cer­care di acquie­tare que­ste per­sone «ignote», senza nome, que­sti resti umani che dovreb­bero avere degna sepol­tura e non stare in espo­si­zione in una forma museale. Mi piace l’idea che esi­sta un sopra e un sotto della città che non è una divi­sione a livello cul­tu­rale. Voglio dire, la parte ance­strale è ancora viva. Se tu vai in que­ste chiese e in molte altre chiese, la moder­nità è com­pre­sente con l’aspetto più arcaico. E per me poter met­tere in scena que­sto è una for­tuna. Voglio poi rac­con­tare che la sua bel­lezza è a rischio, basta poco per ren­derla ino­spi­tale, ma sta a noi non ren­derla tale, e non parlo dei soliti cli­chés. Parlo di una cosa ben diversa, è la pro­ie­zione che noi fac­ciamo sulle cose. La città è bella per­ché c’è chi la abita. Ma se fosse vuota, sarebbe un incubo.

 

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