Venezia, gli "Italian Gangsters" di De Maria e le ombre della nostra storia

30/8/2015 Repubblica

di Carlo Bonini


Renato De Maria torna alla Mostra nella sezione Orizzonti con un docufilm sull'Italia della Banda Cavallero, di Paolo Casaroli e Luciano Lutring. Testimonianze e documenti d'epoca e citazioni del cinema di genere. Il regista: "Una generazione di ventenni che avevano combattuto la guerra partigiana e dovettero scegliere se andare in fabbrica e tornare a una vita qualunque o inseguire il sogno di una ricchezza simbolica"

C'È un modo per raccontare e viaggiare nella Storia di un Paese sicuramente più difficile eppure più immediato di altri. Ritagliandone un lacerto che ne diventi metafora. E Italian Gangsters - 87 minuti, docufilm prodotto da Istituto Luce Cinecittà con Minerva Pictures con cui, per il secondo anno consecutivo, Renato De Maria torna a Venezia nella sezione del festival Orizzonti - è uno di quei viaggi. In un'Italia così lontana e dai nomi così antichi che sembra non appartenerci più. Ma che, al contrario, è lì dove sono piantate le radici del nostro complicato presente. L'Italia del primo dopoguerra, del futuro triangolo industriale, dell'epifania del boom economico. L'Italia della Banda Cavallero, di Ezio Barbieri, Paolo Casaroli (il "Dillinger bolognese"), di Luciano De Maria, Horst Fantazzini, del "solista del mitra" Luciano Lutring.

In un montaggio alternato, la cifra teatrale del monologo (nell'interpretazione di talento di Francesco Sferrazza Papa, Sergio Romano, Aldo Ottobrino, Paolo Mazzatelli, Andrea Di Casa e Luca Micheletti), quella documentaristica (con le straordinarie immagini scelte nelle teche dell'Isituto Luce) e cinematografica (con l'omaggio metalinguistico ai film e a registi di genere come Di Leo, Bava, Deodato e a maestri come Petri e Bellocchio) attingono fedelmente a ogni possibile serbatoio di un'immaginario costruito nel ventennio 50-60 sulle pagine di "nera" della Notte piuttosto che del Corriere della Sera. Sul racconto di grandi firme come Biagi, Montanelli, Bocca. E nel farlo delineano la parabola di un banditismo post-bellico per il quale il crimine - e "la rapina a mano armata" che ne diventa l'espressione violenta e moderna per eccellenza - è, in fondo, ancora una scelta "politica" e, insieme, di emancipazione dalla fame. Dal bisogno. Spesso di ribellione verso la generazione dei padri e delle madri che, sopravvissuti alla guerra e all'occupazione, sono chiamati a chinare la schiena in fabbrica o nei cantieri della ricostruzione.

Cavallero, Barbieri, Casaroli, De Maria, Fantazzini, Lutring hanno occhi, sguardi e parole di chi coltiva un'idea "solidale" del Crimine. Ingenua e incrollabile nel suo romanticismo. Nell'utopia che "la rapina" sia uno strumento di ridistribuzione della ricchezza sottratta dalle mani di "quei porci di ricchi e di fascisti". Che gli inseguimenti con le Giuliette Alfa Romeo della "madama" e le "diagonali" delle raffiche di mitra esplose sulle vetrine delle gioiellerie o delle banche non siano altro che la prosecuzione con altri mezzi, solitaria e "avanguardista", della guerra di liberazione da cui il Paese è appena uscito e una scalata al cielo dei simboli della nuova ricchezza: una macchina veloce, una serata al night, un'entreneuse "dalle mutandine di pizzo e non di cotone grezzo, che pungono come un antifurto". In quanto tale, capace di sollecitare, insieme, la complicità del proletariato e le paure della borghesia.

Non è un caso che il 27 febbraio del 1958, in via Osoppo, a Milano, il colpo al furgone portavalori della Banca Popolare di Milano, quello che il Corriere della Sera definirà "la più sensazionale rapina che mai la cronaca milanese abbia registrato" e che comunque segnerà uno spartiacque nella storia e nella percezione del crimine in Italia, veda i banditi indossare le tute blu degli operai. E che l'architetto di quella rapina fosse il gappista Ugo Ciappina, sopravvissuto nel '45 agli interrogatori delle Ss a san Vittore e ancora in guerra con uno nuovo Stato in cui non si riconosceva. Né è un caso che fossero comunisti anche Pietro Cavallero e i suoi. Lui, figlio di un falegname e nato nel quartiere torinese Barriera di Milano, il giorno della sentenza che lo condannerà all'ergastolo (1968) si alzerà in aula accompagnandone la lettura cantando Figli dell'Officina . E nel suo nome e in quello della sua banda crescerà un "mito rivoluzionario" coltivato fino alla fine degli anni 70 (nel 1978, il primo dei 13 nomi di "prigionieri politici" di cui le Br chiedevano il rilascio in cambio della vita di Aldo Moro era Sante Notarnicola, uno degli uomini di Cavallero).

"Volevo dare corpo a una mia passione per il genere crime - dice De Maria - e insieme raccontare la storia di una generazione di ventenni che avevano combattuto la guerra partigiana, che erano cresciuti con le armi, e nell'Italia del '45 dovettero scegliere se andare in fabbrica e ritornare nella normalità di una vita qualunque o inseguire il sogno di una ricchezza istantanea, simbolica. E l'occasione è arrivata grazie a Roberto Ciccutto, presidente dell'Isituto Luce. Nelle loro teche ci sono 50mila ore di immagini che raccontano qualcosa di diverso dagli anni del ventennio. La storia di questo Paese forse meno conosciuta. O semplicemente la più dimenticata".

http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/edizione2015/2015/08/30/news/mostra_venezia_italian_gangsters-121907870/