Bekas. Ovvero: i superpoteri dei deboli.

23/3/2015 The Opinion Post Scarica in formato PDF


Iraq. Zana e Dana sono due fratelli orfani di 6 e 10 anni, sono curdi e hanno un sogno: andare in America, dove potranno incontrare Superman e bere tutta la coca cola che vorranno. Bekas è il racconto del loro viaggio, un apologo neorealista che gravita sul perno della ferita d’abbandono.

Orfani, cittadini senza stato, senza una vera e propria lingua nazionale, i due fratelli sono protagonisti di uno dei film più veri e più intensi di quest’anno.

Il regista Karzan Kader non dà quasi tempo di sorridere della loro idea di andare in America a conoscere Superman perché il viaggio comincia subito, un piccolo passo dopo l’altro. E’ un viaggio concreto, logico e soprattutto estremamente sano.

Bekas è un film sulla serietà con la quale prendiamo i nostri sogni e sul nostro modo di vivere il presente.La prima cosa da sapere prima di partire è dove ci si trova. Cosa banale – non sempre – in senso geografico ma meno evidente quando si parla di percorso umano. Zana e Dana scambiano l’America con l’Europa sulla cartina, ma sanno molto bene dove si trovano nel loro percorso interno.
Voler vivere altrove è una cosa che succede quando il luogo in cui siamo non ci piace, quando ci sentiamo stranieri o comunque fuori posto, diversi. Ma questo sentimento non basta per partire. Decidere di muoversi significa decidere di non vivere da vittime, significa rinunciare a rintanarci in quelle che chiamiamo costrizioni ambientali e che invece sono costruzioni mentali. La partenza richiede forza, iniziativa, speranza, coraggio. E molta passione per noi stessi e per la nostra vita.
Zana e Dana avrebbero tutto – in teoria – per vivere lamentandosi del loro destino, ma questa prospettiva non li seduce. Sono orfani e piccolissimi, non hanno idea di come faranno a vivere e affrontano le giornate una alla volta. C’è qualcosa di immenso nei deboli del mondo. È proprio nella loro posizione, per cui – per amore o per forza – subiscono il male senza rifarlo. In qualche modo le vittime delle guerre e di ogni tipo di violenza sono il luogo in cui la violenza si ferma. Oltre la vittima la violenza ha esaurito il suo corso e si ritrova a fine corsa. Questo credo sia l’elemento che sostiene tematicamente il film. Di fronte a ogni ostacolo i due fratelli non fanno la guerra, ma lo accettano come fosse il nuovo esercizio del giorno e pian piano diventano dei veri atleti della vita. Zana e Dana sanno tagliare la frana delle avversità in tanti sassi distinti, senza farsi crollare tutto addosso, affrontando i problemi uno alla volta, senza l’ansia di arrivare ma con la passione di superare ogni giorno. Quando le cose vanno male c’è sempre un primo, piccolo passo che possono compiere. Non risolutivo magari, ma fondamentale per dare strada al cammino.

Così il loro percorso verso l’America gli fa attraversare pericolosi confini, conoscere gente, imparare a chiedere e a prendere quel che gli serve, non dimenticando la bellezza del mondo che gli gira intorno: c’è spazio anche per l’inizio di un amore.

La meraviglia di questi due fratelli, recitati in modo commovente da Zamand Taha e Sarwar Fazil, è la loro capacità di stare con i fatti. Piangono il loro dolore, ridono la loro gioia ma non si immalinconiscono in visioni compiaciute, decadenti, narcisistiche o depresse della loro situazione. Accettano quello che arriva e fanno quello che possono. Perciò definivo sano il loro viaggio: perché il nostro senso della realtà non è dato solo dalla consapevolezza di come gira il mondo, ma dalla trasparenza del nostro rapporto con noi stessi. Nessun senso della realtà può prescindere dal senso della nostra realtà. Nessun senso del mondo prescinde dal senso del nostro mondo.

Prima di partire – ad esempio – i due fratelli salutano i genitori sulle loro tombe: Zana e Dana sono connessi a una radice che non è più di fronte a loro e ricevono da questa connessione tutta la forza che gli serve per volare. E’ una scena quasi impietosa nei confronti del nostro mondo e soprattutto dell’Italia, dove accade molto più spesso di essere ancora di fronte alla nostra radice in carne e ossa e proprio da questa sentirci trattenuti, giudicati e bloccati.


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